Sandrofortuna

MURPHYmusicastre

The project

Murphy ( persona beckettiana e protagonista del suo primo romanzo, pubblicato dopo anni di vicissitudini) é interessato ai vari aspetti del novecento, musicale ed artistico in genere. 

I punti di riferimento più evidenti sono da ricercare negli esponenti della Minimal Music ( P. Glass, T. Riley, S. Reich) ma anche nei musicisti più sofisticati della scena Pop- rock ( B. Eno, R.Fripp, R. Wiyatt) il tutto arricchito dal bagaglio dei suoi studi di musica classica da Bach a Sate, Debussy, Ravel ed altri; qualche accenno di jazz, sopratutto nelle sue forme estreme ( Cecil Taylor, Sun Ra) accanto ad amori giovanili come J.Hendrix, Brain Auger. Una musica della memoria, la memoria di tutte le musiche ascoltate, suonate, ricordate male, da dimenticare, come nella piace di beckettiana parafrasata nel titolo del disco. Non è secondaria la suggestione ricavata da grandi scrittori,  poeti e pittori che seppero inventare il loro linguaggio attraverso la sperimentazione di parole, ritmo e colori.

La tecnologia offre oggi possibilità impensate nei tempi passati in ogni campo della conoscenza e anche nel mondo dell’arte. C’é il rischio di una omologazione dei gusti, di un pensiero unico dominante, quello del mercato, ma non necessariamente; si possono usare gli stessi mezzi raggiungendo risultati diversi dal comune sentire senza paura del Grande fratello. 

Pensare di poter utilizzare il proprio sintetizzatore come fosse la valigetta dei colori di un pittore “en plain air”, e mescolare le varie sonorità come fossero spremute dai tubetti, per dipingere suoni sulla tela, o in cielo, che poi lo schermo del proprio P.C., che può essere usato anche come strumento di scrittura per i propri vagabondaggi in prosa o per elaborare una scrittura asfittica, ermetica. 

Il problema rimane il linguaggio, non tanto cosa ho da dire, ma come lo dico; il rifiuto dei luoghi comuni, delle facili mode. 

Allora diventa indistinguibile la differenza tra chi scrive, chi dipinge, chi lavora con i suoni. Ciò che conta è lo stile, la lingua che un artista costruisce in anni di lavoro e che caratterizza tutta la sua opera.

Alla base c’é sempre il primo impatto con la pagina bianca, la tela, un pentagramma, da riempire, sporcare con dei simboli, la scrittura; la vertigine che si prova a fissare quel bianco e l’urgenza di comunicare ad altri un’emozione, la propria visione del mondo…